Silvia: «Non mi sento più sola»

Testimonianza riscritta per il sito web CanMedTicino

Età56 anni
Diagnosimorbo di Crohn (localizzato nel tenue), dolore cronico, ansia
“Io non sto cercando qualcosa per divertirmi. Sto cercando sollievo da dolori, ansia e una malattia cronica.”

Silvia ha 56 anni e convive da decenni con dolori intestinali, ansia e una diagnosi arrivata tardi. Dopo anni di sofferenza, un preparato a base di CBD prescritto dal medico le ha dato sollievo. Oggi però il rimborso è diventato incerto e la paura è quella di non potersi più permettere una terapia che la aiuta a vivere meglio.

Silvia racconta la sua storia con una voce semplice, diretta, senza cercare compassione. Racconta anni di dolori, visite, attese e incomprensioni. Racconta anche la fatica economica di chi vive con una piccola pensione d’invalidità italiana in Svizzera e deve comunque affrontare franchigia, aliquote, fatture mediche e costi terapeutici.

La sua storia mostra quanto il tema della cannabis medica e dei preparati a base di CBD non sia una questione ideologica. È una questione concreta: diagnosi, dolore, dignità, continuità terapeutica e possibilità reale di accesso alle cure.

Una diagnosi arrivata dopo anni di dolore

Silvia soffre di problemi intestinali da quando aveva poco più di vent’anni. Per anni i sintomi sono stati difficili da spiegare: dolori, infiammazioni, malesseri continui. Una situazione che lei stessa definisce “un calvario”.

La svolta arriva solo recentemente, grazie a un approfondimento gastroenterologico con videocapsula. È così che viene individuato il morbo di Crohn localizzato nel tenue, una forma che non sempre emerge dagli esami più tradizionali.

“Per anni sono andata avanti con questi dolori”, racconta. “Non potendo prendere certi antidolorifici, perché peggioravano l’infiammazione intestinale, mi sono trovata spesso senza vere alternative”.

Al dolore fisico si sono aggiunti anche l’ansia e un periodo depressivo importante. Silvia è seguita da specialisti e sta cercando, passo dopo passo, di ricostruire una stabilità personale e lavorativa.

L’incontro con il CBD terapeutico

Vivendo in Svizzera, Silvia inizia a informarsi sulle possibilità terapeutiche disponibili. Arriva così a un medico che valuta la sua situazione clinica e le prescrive un preparato a base di CBD al 20%.

“Il dottore non mi ha promesso miracoli”, spiega Silvia. “Ma ha capito la mia situazione. Io sapevo che il CBD poteva aiutarmi e infatti mi ha dato sollievo”.

Per Silvia il CBD non cancella la malattia, ma la aiuta concretamente. Le dà sollievo dai dolori intestinali, contribuisce a rilassare la muscolatura e la sostiene nella gestione degli stati d’ansia.

Lo assume in gocce, modulando il dosaggio in base alla giornata e ai sintomi. Nei momenti più difficili lo utilizza anche per favorire il riposo. Silvia è consapevole anche degli effetti collaterali: nel suo caso il CBD può accentuare la stitichezza, un aspetto delicato visto il quadro gastroenterologico. Per questo cerca di mantenere un equilibrio e di usarlo con attenzione.

Prima il rimborso, poi lo stop

All’inizio la situazione sembra funzionare. La terapia viene fornita dalla farmacia e i flaconi prescritti vengono rimborsati. Silvia conserva le comunicazioni di pagamento e procede con fiducia.

Poi, improvvisamente, qualcosa cambia. Arrivano comunicazioni secondo cui alcuni flaconi non sarebbero più stati rimborsati. Silvia si vede recapitare richieste di pagamento per importi che, per la sua situazione economica, sono pesanti.

“Mi sono trovata davanti a fatture che non posso permettermi”, racconta. “Vivo con una piccola pensione d’invalidità italiana. Devo già pensare alla franchigia, alle aliquote, alla cassa malati, alla spesa. Come faccio?”

Il punto più doloroso, per Silvia, non è solo economico. È anche la mancanza di chiarezza. Secondo il suo racconto, sarebbero stati richiesti più volte documenti medici già trasmessi. Il medico avrebbe inviato la documentazione necessaria, ma una risposta definitiva non arriva.

“Non abbiamo ancora un sì o un no. Continuano a dire che mancano documenti, ma non si capisce davvero cosa manchi”.

Quando il pregiudizio pesa quanto la malattia

Tra le frasi che più l’hanno colpita, Silvia ricorda che il CBD sarebbe stato definito “una droga”. Una parola che pesa, soprattutto quando si parla di un preparato prescritto da un medico, inserito in un percorso terapeutico e utilizzato da una paziente con patologie documentate.

“Io non sto cercando qualcosa per divertirmi. Sto cercando sollievo da dolori, ansia e una malattia cronica”.

Questa confusione tra uso medico e pregiudizio è uno dei nodi centrali che molti pazienti si trovano ad affrontare. Non si parla di consumo ricreativo, ma di preparati prescritti, seguiti da medici e utilizzati per condizioni cliniche precise.

La paura di non poter continuare

Nel frattempo, Silvia ha ricevuto anche una nuova indicazione terapeutica per il morbo di Crohn: dovrà iniziare una terapia immunosoppressiva. Una prospettiva che la preoccupa, ma che è pronta ad affrontare.

Quello che chiede è di poter continuare anche con il CBD, perché sa che le dà beneficio.

“Vorrei continuare, perché so che mi fa bene. Però se il rimborso viene rifiutato, per me diventa impossibile”.

Anche una proposta di pagamento rateale può diventare un peso enorme per chi vive con entrate molto basse. Silvia teme di non riuscire a sostenere i costi e di dover rinunciare a una terapia che le permette di affrontare meglio le giornate.

Il bisogno di orientamento e protezione

Silvia non chiede scorciatoie. Chiede di capire quali siano i suoi diritti. Chiede chiarezza, accompagnamento e protezione.

“Da sola non saprei come muovermi. Non capisco queste procedure, tribunali, assicurazioni, documenti. Ho bisogno di supporto”.

È anche per questo che si è rivolta a CanMedTicino. Non solo per il problema economico, ma per non sentirsi più abbandonata davanti a un sistema complesso.

“Non mi sento più sola. Questo per me è importante”.

Una storia che riguarda molti pazienti

La vicenda di Silvia non è un caso isolato. Sempre più pazienti ricevono prescrizioni per preparati a base di cannabis medica o CBD, ma si trovano poi davanti a decisioni poco uniformi, richieste ripetute di documentazione, rimborsi prima concessi e poi interrotti, fatture difficili da sostenere.

Il risultato è che la cura diventa teoricamente accessibile, ma praticamente irraggiungibile per chi non ha mezzi economici sufficienti.

E quando una terapia prescritta aiuta davvero, interromperla non è una semplice questione amministrativa. Significa tornare al dolore, all’ansia, all’insonnia, alla paura.

Silvia oggi aspetta ancora una risposta chiara. Nel frattempo cerca di non perdere la fiducia.

“Vorrei solo poter continuare una terapia che mi aiuta. Non sto chiedendo un lusso. Sto chiedendo di poter stare un po’ meglio”.

Perché raccontiamo questa storia

CanMedTicino raccoglie testimonianze come quella di Silvia per dare voce ai pazienti, contrastare lo stigma e chiedere criteri più chiari, più umani e più uniformi nell’accesso alle terapie prescritte. Ascolto. Ordine. Protezione.

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